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domenica 25 gennaio 2009

Burle

"Dovremmo avere tanti soldati quante sono le belle ragazze italiane, credo che non ce la faremmo mai...". Il commento di Berlusconi sulle recenti notizie riguardo al proliferare di stupri nel nostro paese.

Ma stiamo scherzando?


lunedì 27 ottobre 2008

Essere donna in Italia a volte...

Poche sere fa mi trovavo a discutere con Leonardo, compagno di studi universitari, a proposito di questo tema. Ripensandoci ho trovato le nostre conoscenze vaghe, confuse, forse anche condizionate da qualche luogo comune. Ringrazio Leonardo per aver condiviso per qualche minuto la conversazione e per aver scaturito un approfondimento. Questo e' quanto di più recente e argomentato abbia trovato. Alla fine del post è riportato il link dei dati Istat completi.

Da la Repubblica
(21 novembre 2007)




In dodici mesi un milione di donne ha subito violenze
Per le più giovani ancora oggi è questa la prima causa di morte
Violenza sulle donne
La strage delle innocenti
L'ultimo stupro ieri, a Pordenone, in pieno centro: lei ghanese, lui italiano

Violenza sulle donne
La strage delle innocenti


Un manifesto contro la violenza
di ANNA BANDETTINI
MILANO - I loro nomi, le loro storie restano come memorie, la prova di una verità odiosa, crudele: Hina accoltellata a Brescia dal padre, Vjosa uccisa dal marito a Reggio Emilia, Paola violentata a Torre del Lago, Sara colpita a morte da un amico a Torino... L'ultima è stata resa nota ieri: una ventenne originaria del Ghana, costretta ad un rapporto sessuale in pieno centro a Pordenone.

In Italia, negli ultimi dodici mesi, un milione di donne ha subito violenza, fisica o sessuale. Solo nei primi sei mesi del 2007 ne sono state uccise 62, 141 sono state oggetto di tentato omicidio, 1805 sono state abusate, 10.383 sono state vittime di pugni, botte, bruciature, ossa rotte. Leggevamo che le donne subiscono violenza nei luoghi di guerra, nei paesi dove c'è odio razziale, dove c'è povertà, ignoranza, non da noi.

Eccola la realtà: in Italia più di 6 milioni e mezzo di donne ha subito una volta nella vita una forma di violenza fisica o sessuale, ci dicono i dati Istat e del Viminale che riportano un altro dato avvilente.
Le vittime - soprattutto tra i 25 e i 40 anni - sono in numero maggiore donne laureate e diplomate, dirigenti e imprenditrici, donne che hanno pagato con un sopruso la loro emancipazione culturale, economica, la loro autonomia e libertà. Da noi la violenza è la prima causa di morte o invalidità permanente delle donne tra i 14 e i 50 anni. Più del cancro. Più degli incidenti stradali. Una piaga sociale, come le morti sul lavoro e la mafia. Ogni giorno, da Bolzano a Catania, sette donne sono prese a botte, oppure sono oggetto di ingiurie o subiscono abusi. Il 22 per cento in più rispetto all'anno scorso, secondo l'allarme lanciato lo scorso giugno dal ministro per le Pari Opportunità, Barbara Pollastrini, firmataria di un disegno di legge, il primo in Italia specificatamente su questo reato ora all'esame in commissione Giustizia.

"È un femminicidio", accusano i movimenti femminili, "violenza maschile contro le donne": così sarà anche scritto nello striscione d'apertura del corteo a Roma di sabato 24, vigilia della Giornata internazionale contro la violenza sulle donne istituita dall'Onu, una manifestazione nazionale che ha trovato l'adesione di centinaia di associazioni impegnate da anni a denunciare una realtà spietata che getta un'ombra inquietante sul tessuto delle relazioni uomo-donna.

Sì, perché il pericolo per le donne è la strada, la notte, ma lo è molto di più, la normalità. Se nel consolante immaginario collettivo la violenza è quella del bruto appostato nella strada buia, le statistiche ci rimandano a una verità molto più brutale: che la violenza sta in casa, nella coppia, nella famiglia, solida o dissestata, borghese o povera, "si confonde con gli affetti, si annida là dove il potere maschile è sempre stato considerato naturale", come spiega Lea Melandri, saggista e femminista.

L'indagine Istat del 2006, denuncia che il 62 per cento delle donne è maltrattata dal partner o da persona conosciuta, che diventa il 68,3 per cento nei casi di violenza sessuale, e il 69,7 per cento per lo stupro. "Da anni ripetiamo che è la famiglia il luogo più pericoloso per le donne. È lì che subiscono violenza di ogni tipo fino a perdere la vita", denuncia "Nondasola", la Casa delle donne di Reggio Emilia a cui si era rivolta Vjosa uccisa dal marito da cui aveva deciso di separarsi. "Da noi partner e persone conosciute sono i colpevoli nel 90 per cento delle violenze che vediamo. E purtroppo c'è un aumento", dice Marisa Guarnieri presidente della Casa delle donne maltrattate di Milano. "All'interno delle mura domestiche la violenza ha spesso le forme di autentici annientamenti - spiega Marina Pasqua, avvocato, impegnata nel centro antiviolenza di Cosenza, una media di 800 telefonate di denuncia l'anno - Si comincia isolando la donna dal contesto amicale, poi proibendo l'uso del telefono, poi si passa alle minacce e così via in una escalation che non ha fine".

In Italia, l'indagine Istat ha contato 2 milioni e 77mila casi di questi comportamenti persecutori, stalking come viene chiamato dal termine inglese, uno sfinimento quotidiano che finisce per corrodere resistenza, difesa, voglia di vivere. "Nella nostra esperienza si comincia con lo stalking e si finisce con un omicidio", accusa Marisa Guarnieri. Per questo le donne dei centri antiviolenza hanno visto positivamente l'approvazione, lo scorso 14 novembre in Commissione Giustizia, del testo base sui reati di stalking e omofobia.

Sanzionare penalmente lo stalking, significa, tanto per cominciare, riconoscerlo. "Molte donne vengono qui da noi malmenate o peggio e parlano di disavventura. Ragazze che dicono "me la sono cercata", donne sposate che si scusano: "lui è sempre stato nervoso"...", racconta Daniela Fantini, ginecologa del Soccorso Violenza Sessuale di Milano, nato undici anni fa per iniziativa di Alessandra Kusterman all'interno della clinica Mangiagalli di Milano. È in posti come questo, dove mediamente arrivano cinque casi a settimana, che diventa evidente un altro dato angoscioso: come intrappolate nel loro dolore, il 96% delle donne non denuncia la violenza subita, forse per paura. Forse perché non si denuncia chi si ha amato, forse perché non si hanno le parole per dirlo.

La manifestazione di sabato a Roma vuole spezzare proprio questo silenzio. "Una occasione per prendere parola nello spazio pubblico", come dice Monica Pepe del comitato "controviolenzadonne" che vorrebbe un corteo di sole donne. E Lea Melandri: "Manifestiamo per dire che la violenza non è un problema di pubblica sicurezza, né un crimine di altre culture da reprimere con rimpatri forzati, e che per vincerla va fatta un'azione a largo raggio". Va fatta una legge, concordano tutti. "Speriamo di arrivarci in tempi brevi - promette Alfonsina Rinaldi del ministero per le Pari Opportunità - Oggi abbiamo finalmente le risorse per lanciare l'osservatorio sulla violenza e in Finanziaria ci sono 20 milioni di euro per redarre il piano antiviolenza".

"Serve una legge che non cerchi scorciatoie securitarie ma punti a snidare la cultura che produce la violenza - dice Assunta Sarlo tra le fondatrici del movimento "Usciamo dal silenzio" - Una legge come quella spagnola, la prima che il governo Zapatero ha voluto perché riguarda la più brutale delle diseguaglianze causata dal fatto che gli aggressori non riconoscono alle donne autonomia, responsabilità e capacità di scelta. Ecco il salto culturale. Chiediamo che anche da noi il tema della violenza sia assunto al primo punto nell'agenda politica dei governi.

Chiediamo un provvedimento che dia risorse ai centri antiviolenza e sistemi di controllo della pubblicità e dei media, cattivi maestri nel perpetuare stereotipi che impongono sulle donne il modello "fedele e sexy". E chiediamo agli uomini di starci accanto, di fare battaglia con noi".

Qualcuno si è già mosso. Gli uomini dell'associazione "Maschileplurale", per esempio, che aderiscono alla manifestazione romana. "Sì, gli uomini devono farsene carico. La violenza è un problema loro, non delle donne - dice Clara Jourdan, della "Libreria delle Donne" di Milano, storico luogo del femminismo italiano - Sarebbe ora che cominciassero a interrogarsi sulla sessualità e sul perché dei loro comportamenti violenti. E riconoscere l'altro, il maschile, potrebbe essere utile anche alle donne". Nel caso, a fuggire per tempo.


LINK


Valerio.

martedì 10 giugno 2008

Infibulazione e mutilazioni sessuali femminili

C'è un fenomeno al mondo che pochi conoscono, molti ignorano, moltissimi sopportano. Io personalmente non ero a conoscenza della proporzione drammatica dell'evento, perlomeno in paesi "civilizzati"...
In Egitto il 96% delle donne, musulmane o cristiane, subiscono mutilazioni sessuali, secondo uno studio condotto dall'ufficio governativo demografico nel 2005 su donne fra i 15 e i 49 anni.

L'infibulazione, nella sua variante "faraonica" o "sudanese", consiste nell'asportazione del clitoride, delle piccole labbra, di parte delle grandi labra con cauterizzazione (operazione di bruciatura), cui segue la cucitura della vulva, lasciando aperto solo un foro per permettere la fuoriuscita dell'urina e del sangue mestruale.
In Africa tale pratica, diffusa anche in altre forme altrettanto disumane, viene subita da bambine di varie età, neonate, bambine o adolescenti. Ogni anno 3 milioni di bambine, solo in Africa, vengono sottoposte a infibulazione.
Il motivo è prettamente culturale, e assolutamente non religioso. In alcun modo sul Corano o sulla Bibbia vengono menzionate o favorite mutilazioni sessuali femminili, sebbene sia diffusa quest'idea. Come spesso accade, sono l'ignoranza e la manipolazione delle masse a generare tradizioni a base religiosa che religiose non sono, e che nessuno avrà mai il coraggio di mettere in discussione... E che partiti conservatori e fondamentalisti difendono strenuemente negli organi legislativi di molti paesi.
Ma andiamo a spiegare quali sono per la donna le conseguenze di questa barbarie, e chiarire qualche altra causa di questa pratica. Innanzitutto c'è l'impossibilità di avere rapporti sessuali fino alla "defibulazione" (riapertura della vulva), compiuta dallo sposo prima del matrimonio. Ciò serve a preservare e presentare la verginità della donna, che diventa un prodotto da "piazzare" e trasformare in un mero oggetto di piacere per l'uomo che la "acquista". Infatti, tra gli altri effetti, per colei che subisce la mutilazione, c'è la perdita quasi totale del piacere sessuale, a causa della rimozione del clitoride; anzi, i rapporti provocano nella donna quasi esclusivamente dolore, per non parlare di eventuali infezioni che possono svilupparsi con facilità. A tutto ciò vanno aggiunte le difficoltà per un eventuale parto. Non è raro che a causa dell'infibulazione, praticata spesso in condizioni di scarsissima igiene, molte giovani donne, bambine addirittura, trovino la morte. E non stiamo parlando di Africa sub-sahariana! Parliamo di comunità civilizzate; accade costantemente anche qui in Italia, dove è reato, e viene praticato clandestinamente in moltissimi insediamenti di immigrati.

C'è una forte sensibilizzazione su questo tema da qualche tempo, anche grazie a associazioni che si battono per l'emancipazione delle donne e al coinvolgimento di personaggi come Emma Bonino. E' di oggi la notizia che il Parlamento egiziano ha approvato una legge che punisce l'ablazione totale o parziale degli organi genitali esterni femminili... A meno di "necessità medica". Una bella scappatoia per chi volesse comunque praticarla, ma diciamo comunque che si tratta di una mezza vittoria.

Mi rendo conto che si tratta di argomenti crudi, che talvolta anche inconsciamente tendiamo ad ignorare... Nel mio piccolo, ho voluto aprire una finestra per chi non conosceva tale orrore, o semplicemente non ne comprendeva le proporzioni.

Alessio