venerdì 8 agosto 2008

Tregua Olimpica

Durante le Olimpiadi, nell'antichità, per tutta la durata dei giochi le guerre venivano sospese. Questo periodo di tregua era chiamato Ekecheiria. Dal 1992 il CIO in occasione di ogni Olimpiade chiede ufficialmente alla comunità internazionale (con il supporto dell'ONU) di osservare la tregua olimpica.

Non ce la facciamo proprio.

Georgia bombarda Ossezia del Sud:
"I morti potrebbero essere migliaia"


martedì 5 agosto 2008

Perbene

Mi permetto di "rubare" questa vignetta di Ellekappa dal sito di repubblica... Merita davvero quel decimo di secondo che serve a farsi 2 risate (amare).

mercoledì 23 luglio 2008

Genova - Luglio 2001


Incollo dal sito di Sabina Guzzanti, la traduzione di un articolo di Gregor Samsa, pubblicato sul "Guardian" in Inghilterra.
July 17, 2008

Era poco prima di mezzanotte quando il primo agente di polizia colpì Mark Covell con una manganellata sul braccio sinistro.
Covell fece del suo meglio per gridare, in italiano, di essere un giornalista, ma in pochi secondi si trovò circondato da agenti in tenuta antisommossa che lo colpivano con i manganelli. Per qualche secondo, è riuscito a rimanere in piedi, fino a quando un colpo sul ginocchio non lo ha gettato sul pavimento. A faccia in giù nell’oscurità, escoriato e spaventato, si rendeva conto di avere agenti tutt’intorno, che si stavano ammassando per attaccare gli edfici delle scuole Diaz e Pertini, dove 93 manifestanti si erano accampati per passare la notte. La speranza di Covell era che gli agenti passassero attraverso la catena che chiudeva il cancello principale senza più occuparsi di lui. Se fosse andata così, avrebbe potuto alzarsi e correre oltre la strada, per cercare riparo nel centro di Indymedia, dove aveva passato gli ultimi tre giorni a scrivere sul summit del G8 e sulla violenta gestione dell’ordine pubblico. In quel momento, un funzionario di polizia si è lanciato su di lui e gli ha dato un calcio al petto talmente forte da comprimere verso l’interno l’intera parte sinistra della sua gabbia toracica e rompendogli una mezza dozzina di costole, i cui detriti hanno perforato la pleura. Covell, un metro e sessanta, è stato letteralmente sollevato dal pavimento e sbalzato in strada dal calcio. Ha sentito il poliziotto ridere mentre un pensiero si formava nella sua testa: «Non me la caverò». La squadra antisommossa stava ancora trafficando al cancello principale, e allora un gruppo di agenti pensò di ingannare il tempo usando Covell come pallone. Questa serie di calci gli ha procurato la frattura di una mano e lesioni alla spina dorsale. Da qualche parte alle sue spalle, Covell ricorda di aver sentito un altro agente gridare «Basta» prima di sentire il suo corpo trascinato sul pavimento. A quel punto, un veicolo corazzato della polizia ruppe i cancelli della scuola e 150 agenti, per la maggior parte con caschi, scudi e manganeli, fece irruzione nell’edificio indifeso. Due agenti si fermarono per occuparsi di Covell: uno gli ha rotto la testa con il manganello; l’altro lo ha preso a calci in bocca, facendogli sputare una dozzina di denti. Covell svenne. Ci sono molte buone ragioni per non dimenticare quello che è successo a Covell, che allora aveva 33 anni, quella notte a Genova. La prima è che era solo l’inizio. Per la mezzanotte del 21 luglio 2001, quegli agenti di polizia stavano sciamando in tutti i piani della Diaz, e dispensavano il loro particolare tipo di punizione alle persone che stavan lì, fino a ridurre il dormitorio improvvisato in quella che più tardi uno degli agenti avrebbe descritto come «una macelleria messicana». Loro e i loro colleghi avrebbero poi arrestato illegalmente le vittime in un centro di detenzione, diventato un luogo di puro terrore. La seconda ragione è che, sette anni dopo, Covell e le altre vittime stanno ancora aspettando giustizia. Lunedì, 15 poliziotti, guardie carcerarie e medici penitenziari sono stati finalmente condannati per la parte avuta nelle violenze – sebbene nessuno di loro andrà in prigione. In Italia, gli imputati non vanno in prigione fino a quando non hanno esaurito tutti i gradi di giudizio; e in questo caso, le condanne e le sentenze saranno cancellate dalla prescrizione, l’anno prossimo. Nel frattempo, i politici che erano responsabili per la polizia e per il personale penitenziario, non hanno mai dato alcuna spiegazione. Le domande fondamentali, su come tutto ciò sia potuto accadere, rimangono inevase e alludono alla terza e più importante ragione per ricordare Genova. Non è semplicemente la storia di un funzionario di polizia che esce dai ranghi, ma qualcosa di peggiore e più preoccupante sotto la superficie. Il fatto che questa storia possa essere raccontata è frutto di sette anni di duro lavoro di un gruppo di coraggiosi pubblici ministeri, guidati da Emilio Zucca. Aiutato da Covell e dal proprio staff, Zucca ha raccolto centinaia di testimonianze e analizzato cinquemila ore di video, oltre che migliaia di fotografie. Messi assieme, raccontano una storia incotrovertibile, che iniziò a svilupparsi mentre Covell sanguinava a terra. La polizia fa irruzione nella scuola Diaz. Alcuni di loro gridavano «Black bloc! Vi uccideremo!», ma se avessero davvero pensato di avere di fronte gli anarchici del Blocco nero che avevano causato un violento caos in alcune zone della città nei giorni precedenti, avrebbero commesso un errore. La scuola era stata concessa dalla municipalità di Genova come base per i manifestanti che non avevano nulla a che fare con gli anarchici: avevano anche messo qualcuno di guardia per evitare infiltrazioni. Uno dei primi a vedere la squadra antisommossa fu Michael Geiser, un 35enne economista belga, che poi ha descritto come in quel momento si era appena messo il pigiama e stava facendo la coda per il bagno, con tanto di spazzolino in mano, quando il raid ebbe inizio. Giesere crede nella forza del dialogo e all’inizio andò verso gli agenti dicendo «Dobbiamo parlare». Poi vide i giubbotti imbottiti, i caschi, i manganelli e cambiò idea scappando per le scale. Altri sono stati più lenti. Erano ancora nei sacchi a pelo. Un gruppo di dieci spagnoli si svegliò con i colpi dei manganelli. Alzarono le mani in segno di resa. E sempre più agenti li picchiavano in testa, tagliando e ferendo e rompendo arti, compreso il braccio di una signora di 65 anni. Da un lato della stanza, alcuni giovani sedevano davanti ai computer e mandavano email a casa. Una di loro era Melanie Jonasch, 28 anni, studente di archeologia a Berlino, volontaria nella gestione dell’edificio, che non era nemmeno stata alle manifestazioni. Lei ancora non riesce a ricordare cosa è successo. Ma molti altri testimoni hanno raccontato come gli agenti le si sono lanciati addosso, picchiandola in testa così forte da farle perdere subito i sensi. Quando cadde, gli agenti la circondarono, picchiandola ancora e prendendola a calci, sbattendole la testa contro una lavagna e lasciandola in una pozza di sangue. Katherina Ottoway, che ha visto tutto questo, ricorda: «Tremava tutta. I suoi occhi erano aperti ma girati. Pensavo che sarebbe morta». Nessuno di quelli che erano a terra è riuscito a evitare ferite. Come Zucca ha scritto nel suo atto d’accusa: «Nel giro di pochi minuti, tutti gli occupanti del piano terra erano stati ridotti in uno stato di completa impotenza, i lamenti dei feriti si mischiavano con il suono delle richieste di ambulanze». Poi i tutori della legge sono saliti lungo le scale. Nel corridoio del primo piano trovarono un gruppo di persone, compreso Geiser, ancora con lo spazzolino in mano. «Qualcuno consigliò di sdraiarci, per far vedere che non facevamo resistenza. E così ho fatto. Gli agenti sono arrivati e hanno iniziato a picchiarci, uno per uno. Mi sono protetto la testa con le mani e ho pensato ‘Devo sopravvivere’. La gente attorno gridava, ‘per favore, basta’. Anche io l’ho detto. Pensavo a una macelleria, ci stavano trattando come animali». Gli agenti abbatterono le porte delle stanze che portavano fuori dal corridoio. In una stanza trovarono Dan MacQuillan e Norman Blair, arrivati da Stansted per mostrare il loro appoggio «a una società libera e uguale dove le persone vivono in armonia». I due inglesi e il loro amico neozelandese Sam Buchanan avevano sentito l’attacco ai piani inferiori e stavano cercando di nascondersi sotto alcuni tavoli nell’angolo di una stanza buia. Una decina di agenti fece irruzione e li scovò con una torcia e, per quanto MacQuillan stesse con le mani alzate dicendo ‘Piano, piano’, li picchiarono, causandogli molte ferite e tagli e rompendo il polso di MacQuillan. Norman Blair ricorda: «Potevo sentire il veleno e il loro odio». Gieser era nel corridoio: «La scena attorno a me era coperta di sangue, dappertutto. Un poliziotto gridò ‘Basta’. Una parola che sembrava una speranza. Eppure non si fermavano. Continuavano con piacere. Alla fine si sono fermati, ma come se si togliesse un giocattolo a un bambino, riluttanti». In quel momento c’erano agenti in tutti i quattro piani dell’edificio, che prendevano a calci e picchiavano. Molte vittime hanno descritto una specie di sistema della violenza, con ogni agente che picchiava ogni persona che si trovasse davanti, prima di passare alla successiva, mentre un collega picchiava quella di prima. Sembrava importante che chiunque fosse ferito. Nicola Doherty, 26 anni, un’assistente di Londra, ha descritto come il suo partner Richard Moth si sia sdraiato per proteggerla: «Potevo sentire ogni colpo sul suo corpo. I poliziotti si spostavano oltre Richard per colpire ogni mia parte esposta». Ha cercato di proteggersi la testa con le mani e le hanno rotto un polso. In uno dei corridoi, gli agenti avevano ordinato a un gruppo di giovani uomini e donne di inginocchiarsi per poterli picchiare meglio sulle spalle e sulla testa. E’ stato in quel momento che Daniel Albercht, 21 anni, studente di violoncello di Berlino, ha riportato una frattura alla testa talmente profonda da avere bisogno di un’operazione chirurgica per fermare l’emorragia celebrale. Attorno all’edificio, gli agenti avevano impugnato i manganelli al contrario, per usare l’impungatura a L come un martello. E in tutta questa violenza, ci sono stati momenti in cui la polizia ha preferito l’umiliazione: l’agente che stava a gambe divaricate di fronte a una donna ferita e inginocchiata, le ha preso la testa per tirarsela verso l’inguine, prima di girarsi e fare la stessa cosa con Daniel Albercht, inginocchiato accanto a lei; l’agente che durante i pestaggi ha usato il coltello per tagliare una ciocca di capelli alle sue vittime, compreso Nicola Doherty; gli insulti continui; l’agente che ha chiesto a un gruppo di persone se stavano bene e ha reagito con una nuova manganellata a chi ha detto ‘No’. Qualcuno è sfuggito, almeno per un po’. Karl Boro è riuscito a raggiungere il tetto ma poi ha fatto l’errore di rientrare nell’edificio, dove lo hanno ridotto con un braccio ferito, una frattura cranica e sangue nel petto. Jaraslaw Engel, dalla Polonia, era riuscito a usare le impalcature attorno all’edificio per uscire dalla scuola, ma è stato intercettato in strada da alcuni agenti, che gli hanno rotto la testa, prima di mettersi a fumare mentre il suo sangue bagnava l’asfalto. Due degli ultimi a essere presi sono stati una coppia di studenti tedeschi, Lena Zuhlke, di 24 anni, e il suo compagno Niels Martensen. Si erano nascosti in un armadietto delle pulizie, al piano superiore. Hanno sentito gli agenti avvicinarsi, sbattendo i manganelli lungo i muri. La porta dell’armadietto si aprì, Martensen è stato trascinato fuori e picchiato da una decina di agenti in semicerchio attorno a lui. Zulkhe è scappata nel corridoio e si è nascosta nei bagni. Gli agenti l’hanno vista, inseguita e trascinata per i dreadlock. Nel corridoio, hanno giocato con lei come cani con un coniglio. E’ stata picchiata in testa e presa a calci quando era a terra, fino a che non le hanno rotto le costole. E’ stata bloccata al muro, dove un agente le ha dato una ginocchiata all’inguine, mentre gli altri continuavano a pestarla con i manganelli. Quando è scviolata a terra, hanno continuato a picchiarla: «Sembrava che si divertissero e quando gridavo sembrava che si divertissero di più». Gli agenti trovarono un estintore e spruzzarono la schiuma sulle ferite di Martensen. La sua compagna è stata trascinata per le scale, dai capelli, testa in avanti. Hanno portato Zulkhe fino al piano terra, dove avevano radunato tutti i prigionieri dagli altri piani, in un caos di sangue ed escrementi. L’hanno gettata su altre due persone, immobili, tanto che Zulkhe chiese cautamente se erano ancora vivi. Senza risposta, anche lei si accasciò sul pavimento, incapace di muovere il braccio destro, e di fermare il tremore al braccio sinistro e alle gambe, nonché il sangue. Un gruppo di agenti passava lì vicino, e ciascuno si tolse il fazzoletto per sputarle addosso. Perché dei tutori della legge possono comportarsi con tanto disprezzo della legge? La semplice risposta può essere quella che veniva gridata dai manifestanti fuori dalla scuola, che scelsero una parola che sapevano i poliziotti avrebbero capito. «Bastardi». Ma c’è qualcos’altro, qui, qualcosa emerso più chiaramento nei giorni successivi. Covell e decine di altre vittime furono portate nell’ospedale San Martino, dove gli agenti camminavano nei corridoi facendo suonare i manganelli nel palmo delle mani, ordinando ai feriti di non guardare fuori dalla finestra o di non muoversi, tenendoli ammanettati e poi, spesso con le ferite ancora non chiuse, portandoli con decine di altri manifestanti nel centro di detenzione di Bolzaneto. I segni di qualcosa di peggiore apparvero all’inizio in modo superficiale. Alcuni agenti avevano canzoni fasciste come suonerie dei loro telefonini e parlavano con entusiasmo di Mussolini e Pinochet. Più volte, è stato ordinato ai prigionieri di gridare «Viva il duce». Alcune volte, i prigionieri sono stati minacciati per costringerli a cantare canzoni fasciste. Le 222 persone detenute a Bolzaneto sono state sottoposte a condizioni che i pubblici ministeri hanno descritto come tortura. Al loro arrivo, venivano marchiati con una croce di vernice su ogni guancia e molti di loro sono stati costretti a camminare in mezzo a due linee parallele di funzionari che li prendevano a calci e a manganellate. La maggior parte è stata ammassata in celle grandi, con oltre 30 persone. Lì venivano costretti a rimanere in piedi per molto tempo, con la faccia verso il muro, le braccia alzate e le gambe larghe. Chi non ce la faceva, veniva insultato, picchiato umiliato. Mohammed Tabach, con una gamba artificiale, non poteva farcela e si è beccato due spruzzate di spray urticante in faccia e poi un pestaggio particolarmente brutale. Norman Blair avrebbe poi ricordato che mentre stava in questa posizione, un agente gli chiese: «Chi è il tuo governo»? «La persona prima di me aveva risposto Polizei e io ho fatto la stessa cosa per non essere picchiato». Stefan Bauer ha osato replicare: quando un agente che parlava tedesco gli ha chiesto di dove fosse, lui ha risposto che era dell’Unione europea e aveva il diritto di andare dove voleva. E’ stato preso, picchiato, spruzzato con lo spray urticante, spogliato nudo e gettato sotto una doccia gelata. I suoi vestiti sono stati gettati via ed è stato rimandato nella cella gelata solo con addosso una tuta da ospedale. Tremando sul freddo marmo della cella, i prigionieri non ricevevano né coperte, né cibo e gli veniva negato il diritto di fare una telefonata a un legale, cui avrebbero avuto diritto. Dalle altre celle si sentivano urla e pianti. Agli uomini e alle donne con i dreadlock sono stati tagliati grossolonamente i capelli fino alla cute. Marco Bistacchia è stato portato davanti a un agente, spogliato, fatto inginocchiare, abbaiare come un cane e gridare «Viva la polizia italiana». Un agente ha detto al quotidiano italiano La Repubblica, in condizioni di anonimato, di aver visto alcuni agenti urinare addosso ai detenuti e picchiarli per essersi rifiutati di cantare Faccetta nera, una canzone dell’era fascista. Ester Percivati, una giovane donna turca, ricorda le guardie che la insultavano mentre andava in bagno, dove un’agente donna l’ha costretta a infilare la testa nella tazza, mentre un maschio commentava, «Bel culo! Ci vuoi un manganello?». Molte donne hanno riferito di minacce di stupro. Perfino l’infermeria era pericolosa. Richard Moth, coperto di tagli ed escoriazioni, ha avuto suture sulla testa e sulle gambe senza anestesia: «Un’esperienza molto dolorosa. Dovevano tenermi fermo. ». Tra i condannati di lunedì c’è anche personale medico della prigione. Tutti sono d’accordo che non si trattava di un modo per far parlare i detenuti, ma solo di un esercizio di paura. Che ha funzionato. Nelle dichiarazioni, i prigionieri hanno descritto le loro sensazioni di impotenza, di isolamento dal resto del mondo, in un mondo senza leggi né regole. La polizia ha perfino fatto firmare delle dichiarazioni di rinuncia a tutte le tutele legali. Un uomo, David Laroquelle, ha testimoniato di essersi rifiutato di firmare, e di aver avuto tre costole rotte. Anche Percivati si è rifiutata, ed è stata sbattuta contro un muro, occhiali rotti e naso sanguinante. Il mondo esterno ha ricevuto alcuni resoconti molto distorti di tutto questo. Nell’ospedale di San Martino, il giorno dopo il suo pestaggio, Covell si sentì scuotere da una persona che gli sembrò essere dell’ambasciata britannica. Solo quando ha visto il fotografo accanto a lei ha capito che era una reporter del Daily Mail. In prima pagina, il giorno dopo, c’era un resoconto del tutto falso che lo descriveva come il cervello delle rivolte. [Quattro lunghi anni più tardi, il Mail ha chiesto scusa e ha pagato a Covell il risarcimento per l’invasione della privacy]. Mentre i suoi cittadini venivano picchiati e tormentato in uno stato di detenzione illegale, i portavoce del primo ministro Tony Blair, dichiarava: «La polizia italiana ha dovuto svolgere un compito difficile. Il primo ministro crede che lo abbiano fatto». La polizia italiana ha fornito ai media una ricca messe di falsità. Perfino mentre i corpi sangunanti venivano portati via dalla Diaz, gli agenti dicevano ai giornalisti che le ambulanze che erano sul posto non avevano nulla a che vedere con il blitz e che le ferite, chiaramente freschissime, erano vecchie e che l’edificio era pieno di violenti estremisti che avevano attaccato gli agenti. Il giorno dopo, alti funzionari hanno tenuto una conferenza stampa per annunciare che tutte le persone trovate nell’edificio sarebbero state accusate di resistenza e di associazione a delinquere finalizzata al saccheggio. I tribunali italiani hanno fatto cadere ogni capo d’accusa contro ogni persona. Compreso Covell. I tentativi della polizia di accusarlo di una serie di reati molto gravi sono stati descritti dal pm Zucca come «grotteschi». In quella stessa conferenza stampa, la polizia mostrò un bagaglio di quelle che secondo loro erano armi. C’erano sbarre, martelli, chiodi che gli agenti stessi avevano preso da un magazzino di edilizia vicino alla scuola. C’erano strutture di zaini in alluminio, presentate come armi offensive; 17 macchine fotografiche; 13 paia di occhialetti da piscina; 10 coltellini e una bottiglia di lozione solare. Mostrarono anche due bottiglie molotov che, ha concluso Zucca, la polizia aveva trovato prima in un’altra zona della città e portato alla Diaz dopo la fine del raid. Questa disonestà pubblica era parte di un più ampio sforzo per insabbiare quello che era successo. Nella notte del raid, un reparto di 59 poliziotti è entrato nell’edificio di fronte alla Diazx, dove Covell e altri avevano allestito il loro centro media e dove, elemento cruciale, era sistemato un gruppo di avvocati che avevano raccolto le prove della violenza della polizia nelle manifestazioni dei giorni precedenti. Gli agenti sono entrati nella stanza degli avvocati, minacciato gli occupanti, distrutto i computer, sequestrato gli hard-disk e portato via qualsiasi cosa contenesse foto o filmati. Mentre i tribunali rifiutavano di convalidare le accuse contro gli arrestati, la polizia riuscì ad ottenere un ordine di espulsione per tutti gli stranieri, con il divieto di ritorno in Italia per cinque anni. Così, i testimoni venivano tolti di scena. Come per le accuse, gli ordini di espulsione sono stati poi cancellati, in quanto illegali, dal tribunale.
Zucca si è aperto la strada attraverso anni di dinieghi e insabbiamenti. Nel suo resoconto, ha scritto che tutto i funzionari di alto rango hanno negato di aver avuto un ruolo: «Non un solo funzionario ha ammesso di aver avuto un ruolo di comando in qualche aspetto dell’operazione». Un funzionario che era stato ripreso in un video sul posto, ha poi spiegato che era fuori servizio e che era lì solo per assicurarsi che i suoi uomini non fossero feriti. Le dichiarazioni della polizia sono state mutevoli e contraddittorie e contraddette dalla valanga di prove delle vittime e di molti video: «Non un solo agente dei 150 presenti ha riferito informazioni precise su un episodio individuale». Senza Zucca, senza l’atteggiamento fermo dei tribunali italiani, senza il lavoro di Covell nell’assemblare i video girati durante il raid alla Diaz, la polizia avrebbe potuto schivare la responsabilità e avrebbe potuto assicurarsi false accuse e perfino sentenze di condanna contro le vittime. Oltre al processo per Bolzaneto, concluso lunedì, 28 altri agenti, alcuni molto in alto nei ranghi, sono sotto processo per il raid alla Diaz. E di nuovo la giustizia è stata compromessa. Nessun politico italiano è stato chiamato a rispondere, nonostante il forte sospetto che la polizia abbia agito come se qualcuno avesse promesso l’impunità. Un ministro ha visitato Bolzaneto mentre i detenuti venivano maltrattati e apparentemente non ha visto nulla oppure non ha visto nulla che ha pensato di dover fermare. Un altro, Gianfranco Fini, ex segretario nazionale del partito neo-fascista Msi, e allora vice primo ministro – secondo i resoconti dei media di allora – era nel quartier generale della polizia. Non gli è mai stato chiesto di spiegare che ordini abbia dato. Molti delle centinaia di tutori della legge coinvolti nella Diaz e a Bolzaneto se la sono cavata senza alcuna punizione o accusa. Nessuno è stato sospeso; alcuni sono stati promossi. Nessuno degli agenti processati per Bolzaneto è stato accusato di tortura – la legge italiana non prevede questo reato. Alcuni alti funzionari che in origine avrebbero dovuto essere accusati per il raid alla Diaz sono stati scagionati semplicemente perché Zucca non è riuscito a provare l’esistenza di una catena di comando. Anche adesso, il processo a 28 agenti è a rischio perché il primo ministro Silvio Berlusconi sta spingendo un disegno di legge per rinviare tutti i processi che hanno a che fare con fatti accaduti prima del giugno 2002. Nessuno è stato incriminato per la violenza inflitta a Covell. Come dice uno degli avvocati delle vittime, Massimo Pastore: «Nessuno vuole ascoltare ciò che questa storia ha da dire». Si tratta di fascismo. Ci sono molte voci sul fatto che la polizia, i carabinieri e il personale penitenziario appartenessero a gruppi fascisti, ma non sono state trovate le prove. Pastore dice che così, comunque, si manca il punto principale: «Non è questione di pochi fascisti ubriachi. Nessuno ha detto ‘no’. Questa è la cultura del fascismo». Al cuore, tutto ciò coinvolge quello che Zucca nel suo rapporto descrive come «una situazione in cui ogni stato di diritto è stato sospeso». Cinquantadue giorni dopo l’attacco alla scuola Diaz, 19 uomini hanno usato aerei carichi di passeggeri come bombe volanti e hanno modificato il nucleo dei principi su cui le democrazie occidentali si erano basate. Da allora, politici che mai accetterebbero di essere chiamati fascisti, hanno accettato intercettazioni telefoniche di massa e controllo delle email, detenzioni senza processo, torture sistematiche, annegamento simulato dei detenuti, arresti domiciliari illimitati e l’uccisione mirata dei sospetti, mentre le procedure dell’estradizione sono state sostituite dalle extraordinary rendition. Non è fascismo con dittatori in stivali e schiuma alla bocca. E’ il pragmatismo di politici rovesciati dal didentro. Ma l’esito sembra molto simile. Genova ci dice che quando lo stato si sente minacciato, lo stato di diritto può essere sospeso. Ovunque.

Nick Davies

Per non dimenticare una barbarie indegna di uno stato "civile".

Alessio

mercoledì 18 giugno 2008

Il faceto pallonaro

Scendiamo terribilmente di livello rispetto all'intervento precedente, ma credo che questo sia una delle cose più divertenti che abbia mai letto. Direttamente da www.mondopallone.net:

La Sghimberlo-Cronaca diretta di Italia-Francia

0′ - Inni nazionali cantati con l’aiuto di un improbabile schermo da karaoke allo stadio svizzero, andiamo a leggere le parole di Fratelli D’Italia e scopriamo che la grammatica di Aldo Biscardi è da Accademia della Crusca. Però siamo onesti: la cioccolata la sanno fare.

1′ - Dal primo tocco della prima palla della partita Bagni ha già capito per filo e per segno tutte le tattiche di Domenech, Napoleone Bonaparte e Giovanna d’Arco.

2′ - Speriamo di segnare subito il gol che ci annulleranno, così poi sarà tutta discesa.

3′ - La regia indugia spesso e volentieri su raccapriccianti primi piani di Frank Ribéry. Dev’esserci Quentin Tarantino in sala comandi.

4′ - Un pagliaccio di nome Luca Toni divora un gol fatto a tu per tu con Cabriolet. Non crediamo che sia già stata inventata la bestemmia adatta per descrivere questa azione.

5′ - La mossa di Zambrotta di trombare con settantasei pornostar dieci minuti prima di ogni partita non sembra stia dando frutti interessanti. Quantomeno per la sua squadra.

7′ - Ribéry a terra dolorante, ma nessun massaggiatore francese ha il coraggio di toccarlo. Paris interviene: “il suo volto sembra una maschera di dolore”. Qualcuno gli spiega subito dopo che quello è il ginocchio.

9′ - Esce Ribéry che è troppo brutto per poter giocare. Entra Nasri. Bagni dimostra subito di conoscere molto bene il nuovo entrato: “Questo giocatore ha due piedi, per cui è molto pericoloso”.

11′ - Civoli: “In quanto a calci d’angolo battuti siamo in testa a tutte le classifiche”. Non ci sentivamo così orgogliosi dai tempi di Ettore Fieramosca.

13′ - Panucci tenta il bis, Cabriolet non effettua una parata da nove anni, ma ci pensa Makelele sulla linea di porta. In quanto a buona sorte siamo una via di mezzo fra Pollyanna e Paperino.

15′ - De Rossi ha già percorso setteacentodiciannove chilometri e toccato più palle che Jessica Rizzo nell’intera carriera. Un cammello down avrebbe più intuito di questo Donadoni.

18′ - Evra si aggiusta una I in mezzo al cognome e tenta di rendere eunuco il nostro Cassano. Giallo per lui.

19′ - Cassano ed Evra continuano a beccarsi. Chissà in che lingua, visto che entrambi non sanno né il francese né l’italiano.

22′ - Perrotta non centra uno stop da quando la Fiat Regata era una macchina di lusso.

24′ - Rigore ed espulsione contro la francia. Nettissimo. Succede anche questo quando ad arbitrarci è un arbitro e non un metalmeccanico pelato di cinquantasei anni.

25′ - De Rossi si rifiuta di tirarlo perché Coupet è troppo scarso. Ci pensa Pirlo che non sbaglia, ma l’arbitro aveva già fischiato la rete prima che il numero 21 italiano avesse preso la rincorsa.

28′ - Siluro terra-aria di De Rossi che uccide settantasei tifosi in curva. Adesso sembriamo una squadra di pallone.

29′ - Super-rovesciata di Toni che salta fra sette hula-hop infuocati con dodici chili di mortaretti infilati nelle gengive, palla fuori di poco. Un minuto dopo l’attaccante del Bayern torna sui suoi standard ciccando una palla che avrebbe messo in rete anche Suor Germana.

30′ - Toni è ufficialmente il quarto difensore della Francia.

31′ - Perrotta e Zambrotta, un’associazione a delinquere in versi. Ma prima o poi ne azzeccheranno una, non disperiamo.

33′ - Primo cross di Grosso, che nella partita contro la Romania era stato ribattezzato “Crosso”. Palla che finisce a fare compagnia a quella di De Rossi di qualche minuto prima. Da qualche parte nella Ruhr c’è un bambino felice, con due palloni nuovi di zecca.

34′ - Diagonale a fil di palo di Henry, mentre i difensori si facevano un cicchetto all’Autogrill di Arese. Intanto a Berna Robben da solo senza portiere mette fuori di sette metri. Non sarà un biscotto, sarà una sachertorte da 25 metri quadrati.

39′ - Varriale: “Urlaccio di Donadoni nei confronti di Gattuso”. Gli stava solo comunicando che non deve scodinzolare troppo forte perché leva la visuale a Pirlo.

40′ - Cassano continua imperterrito a comportarsi come un Testimone di Geova durante questi Europei. Adesso ha chiesto scusa a Toulalan per la disfatta dei Franchi ad Agincourt.

43′ - De Rossi salta in dribbling seicentosei birilli col galletto, prima di venire steso con una cerbottana di curaro. Eh, quando l’allenatore ci sa fare…

44′ - Grosso coglie un palo clamoroso. Jessica Rizzo surclassata per la seconda volta in venti minuti. Il replay ci dà due illuminazioni: la prima è che Coupet ha deviato il pallone, compiendo la prima parata del suo Europeo. La seconda racconta clamorosamente del fatto che Domenech sia riuscito nell’impensabile impresa di trovare un portiere più brutto di Barthez.

45′ - Ammonito Pirlo. Salterà Romania-Spagna.

48′ - Gioco fermato perché Evra si stava allacciando le caviglie. Dall’altra parte Perrotta muore in area francese e l’arbitro infierisce con calci e pugni, finendolo. Venti secondi dopo Chiellini ammonito perché ha colpito il pallone troppo forte. Abete in UEFA conta come i carrarmatini del Risiko a Monopoli.

INTERVALLO

46′ - Fallaccio di Govou su Cassano. Francese (si fa per dire) ammonito mentre Antonio si rammarica per aver applicato dell’attrito sui suoi tacchetti con la propria caviglia.

50′ - Henry cicca e Benzema conclude due metri alto. E’ destino che gli azzurri siano lassativi, in un modo o nell’altro.

52′ - L’urlo disumano della curva ci illude invano. Non succede niente a Berna. Il grido era dovuto al fatto che Jessica Rizzo ha promesso di riagguantare i record.

54′ - Ennesima cretinata di Toni. Non credevamo di poter rimpiangere uno come Borriello… Intanto Ringhio si fa ammonire: anche lui è diffidato, un’eventuale prossima partita la giocheremmo con Amelia in cabina di regia.

56′ - L’urlo fu profetico. Sneijder porta in vantaggio i Tulipani a Berna. La panchina italiana viene avvertita dai giornalisti RAI tramite un passaparola stile “telefono senza fili”. La notizia arriva così un po’ ingigantita all’ultimo dei massaggiatori, che sta ancora esultando per la tripletta di Van Basten, magicamente rientrato col numero 12.

59′ - I giocatori azzurri, da qualche minuto, sembrano i Centocelle Dream Men. Donadoni ha appena vomitato la milza e sta tentando di ingoiare il quarto uomo.

61′ - Gran lancio per Toni, che non aggancerebbe nemmeno col motorino. Se Zenone di Elea fosse ancora vivo sarebbe famoso col paradosso di Achille e Luca.

63′ - De Rossi calcia a rete una punizione sfruttando una deviazione. Rinnoviamo i nostri complimenti al coach, De Rossi è proprio scarso.

64′ - Dentro Camoranesi per Perrotta. Ora lo scacchiere italiano è chiaro più o meno come il terzo messaggio di Fatima.

66′ - Toni perderebbe nei cento metri piani contro Alex Zanardi. O Donadoni lo cambia o gli dà un monopattino.

70′ - Il povero Domenech sembra Noè mentre conta i mamba.

71′ - Civoli come Bramieri: “Grosso chiede il movimento di Toni”.

72′ - Toni affondato da un duro tackle di Boumsong. Purtroppo, però, si sta rialzando.

74′ - Buffon sposta un pallone dall’angolino e lo butta miracolosamente in angolo. Se volesse, potrebbe trasformare con nonchalance una Fiat Panda in una Seat Marbella.

76′ - Gallas uccide Camoranesi e l’arbitro intima all’argentino di rialzarsi. Se a dirigere la gara fosse Edwige Fenech almeno potremmo cacciare fuori la lingua…

78′ - Ora è torello. Non l’arbitro, eh: il gioco azzurro.

79′ - Strane pretese dell’ “arbitro” Michel che si rivolge a Buffon ordinandogli di non fare più figli per nessuna ragione.

83′ - Toni e Gallas si giurano eterno amore nell’area biancorossoblù. Fischia Michel, che adora gli horror: da quando sono usciti Abidal e Ribéry non è più lo stesso.

86′ - Raddoppio dell’Olanda. Non ci avremmo creduto nemmeno se fosse apparso San Francesco al posto del Monoscopio RAI.

89′ - La panchina italiana si abbandona a combattimenti clandestini fra riserve. Da un paio d’anni i galli non vanno più tanto di moda…

93′ - Finite entrambe le partite. Parentesi seria per lo sghimberlo di quest’oggi, un po’ vittima della terribile tensione (ce ne scusiamo). Van Basten e la sua Olanda meritano davvero di vincere l’Europeo. Chapeau collettivo.

94′ - L’Italia batte la Francia e si qualifica ai quarti grazie alle prestazioni megagalattiche di Grosso, De Rossi e Cassano. Se andate a dare un’occhiata alla formazione azzurra contro l’Olanda capirete per quale ragione a Donadoni viene accreditato l’intuito di un termosifone. Spento.

Gaetano Allegra


Che aggiungere se non... LOL XD

Alessio

martedì 10 giugno 2008

Infibulazione e mutilazioni sessuali femminili

C'è un fenomeno al mondo che pochi conoscono, molti ignorano, moltissimi sopportano. Io personalmente non ero a conoscenza della proporzione drammatica dell'evento, perlomeno in paesi "civilizzati"...
In Egitto il 96% delle donne, musulmane o cristiane, subiscono mutilazioni sessuali, secondo uno studio condotto dall'ufficio governativo demografico nel 2005 su donne fra i 15 e i 49 anni.

L'infibulazione, nella sua variante "faraonica" o "sudanese", consiste nell'asportazione del clitoride, delle piccole labbra, di parte delle grandi labra con cauterizzazione (operazione di bruciatura), cui segue la cucitura della vulva, lasciando aperto solo un foro per permettere la fuoriuscita dell'urina e del sangue mestruale.
In Africa tale pratica, diffusa anche in altre forme altrettanto disumane, viene subita da bambine di varie età, neonate, bambine o adolescenti. Ogni anno 3 milioni di bambine, solo in Africa, vengono sottoposte a infibulazione.
Il motivo è prettamente culturale, e assolutamente non religioso. In alcun modo sul Corano o sulla Bibbia vengono menzionate o favorite mutilazioni sessuali femminili, sebbene sia diffusa quest'idea. Come spesso accade, sono l'ignoranza e la manipolazione delle masse a generare tradizioni a base religiosa che religiose non sono, e che nessuno avrà mai il coraggio di mettere in discussione... E che partiti conservatori e fondamentalisti difendono strenuemente negli organi legislativi di molti paesi.
Ma andiamo a spiegare quali sono per la donna le conseguenze di questa barbarie, e chiarire qualche altra causa di questa pratica. Innanzitutto c'è l'impossibilità di avere rapporti sessuali fino alla "defibulazione" (riapertura della vulva), compiuta dallo sposo prima del matrimonio. Ciò serve a preservare e presentare la verginità della donna, che diventa un prodotto da "piazzare" e trasformare in un mero oggetto di piacere per l'uomo che la "acquista". Infatti, tra gli altri effetti, per colei che subisce la mutilazione, c'è la perdita quasi totale del piacere sessuale, a causa della rimozione del clitoride; anzi, i rapporti provocano nella donna quasi esclusivamente dolore, per non parlare di eventuali infezioni che possono svilupparsi con facilità. A tutto ciò vanno aggiunte le difficoltà per un eventuale parto. Non è raro che a causa dell'infibulazione, praticata spesso in condizioni di scarsissima igiene, molte giovani donne, bambine addirittura, trovino la morte. E non stiamo parlando di Africa sub-sahariana! Parliamo di comunità civilizzate; accade costantemente anche qui in Italia, dove è reato, e viene praticato clandestinamente in moltissimi insediamenti di immigrati.

C'è una forte sensibilizzazione su questo tema da qualche tempo, anche grazie a associazioni che si battono per l'emancipazione delle donne e al coinvolgimento di personaggi come Emma Bonino. E' di oggi la notizia che il Parlamento egiziano ha approvato una legge che punisce l'ablazione totale o parziale degli organi genitali esterni femminili... A meno di "necessità medica". Una bella scappatoia per chi volesse comunque praticarla, ma diciamo comunque che si tratta di una mezza vittoria.

Mi rendo conto che si tratta di argomenti crudi, che talvolta anche inconsciamente tendiamo ad ignorare... Nel mio piccolo, ho voluto aprire una finestra per chi non conosceva tale orrore, o semplicemente non ne comprendeva le proporzioni.

Alessio

giovedì 29 maggio 2008

Qual è la violenza?

Saprete bene tutti cosa sta accadendo questi giorni all'università la Sapienza di Roma... Io, Luca e Emanuele ci siamo quasi trovati in mezzo al rissone dell'altro giorno, perché eravamo a mensa lì a via De Lollis, ma questo poco importa, così come poco importano le motivazioni e la dinamica dell'aggressione o presunta tale.

Ciò su cui volevo soffermarmi, è la reazione che c'è stata, e a tal proposito racconterò cos'è avvenuto oggi da noi a Matematica. Premessa: sono 2 giorni che tra megafoni, musica, discorsi da "idolo delle folle" che arrivano dalla facoltà di Lettere, non si riesce a fare lezione decentemente nelle aule più vicine all'entrata del nostro dipartimento. Insomma, oggi, durante una pausa tra le lezioni, il capannello di gente in fila al distributore ha visto la sua attenzione catturata da 3 figuri, che hanno iniziato ad "ammaestrare le genti". L'esordio è stato contro "quei pezzi di merda dei fascisti", ecc... Poi hanno cominciato a spiegare i motivi della loro protesta, e ci hanno invitato ad andare al corteo a Lettere. Il motto è stato che chi non era interessato e non si schierava insieme a loro, era automaticamente contro di loro. Che non dovevamo "far finta di niente e voltare le spalle". Ammesso e non concesso che ciò fosse vero (in ogni caso libera opinione loro), ciò che mi ha sconcertato è stato il modo, il tono, lo stile che NON hanno avuto. Hanno propugnato un'iniziativa, a loro dire "pacifica, contro la violenza", ma il loro atteggiamento è stato aggressivo e arrogante; violento, se vogliamo. Puoi anche avere il messaggio più pacifico del mondo, ma non funziona se lo proponi con violenza. Se Gandhi avesse preso a parolacce gli altri, o avesse "costretto" la gente a seguirlo, non sarebbe stato ciò che è stato. E dico Gandhi perché è il primo che mi è venuto in mente.

"We need to be the change we wish to see in the world", ha detto Gandhi. E come funziona, questa frase, per far capire cosa veramente vogliamo. Dobbiamo essere il cambiamento che vogliamo vedere nel mondo. Altrimenti, tutte le parole che ci mettiamo in bocca, sono fuffa.

Alessio

domenica 11 maggio 2008

Indignazione?

Leggo oggi di tutto il mondo politico italiano indignato dai commenti di Travaglio su Schifani a "Che tempo che fa" di ieri. (qui il link a RepubblicaTV, qui sotto uno spezzone + ampio da YouTube.)



Francamente, tutto questo vespaio mi sembra ridicolo. Travaglio ha usato le parole giuste... Ogni cosa ha un nome per essere definita. Ad esempio: collusione mafiosa.
Cito da wikipedia:

Le collusioni tra la politica e la mafia sono quei rapporti che organizzazioni criminali, soprattutto Cosa Nostra, hanno intrattenuto o intrattengono con esponenti politici, in particolare con lo scopo di mantenere intatto o accrescere il proprio potere e controllare quello statale.

Chi deve essere indignato, noi o loro?
Non aggiungo altro.

Alessio